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Economisti influenti

Di chi sono le opinioni in grado di influenzare scelte politiche ed economiche dei paesi più importanti del mondo? Quelle opinioni in grado di far girare le borse? Ci risponde Noriel Roubini, economista, docente all'Università di New York, quel Noriel Roubini che ha indicato con largo anticipo la crisi dei mutui subprime, scoppiata nell' agosto del 2007. Ecco la sua classifica:

Ben Bernanke sul primo gradino del podio. Dal 2006 governatore della Federal Reserve, governatore del consiglio dei governatori delle 12 banche centrali federali degli Stati Uniti. Il suo atteggiamento ultraespansivo con tassi ufficiali praticamente azzerati e due manovre di quantitate easing già effettuate sta sicuramente influenzando l' andamento delle Borse e gettando le basi per l'andamento dell' economia dei prossimi anni.

Il secondo è Lawrence Summers, primo consigliere economico del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dimessosi il 22 settembre scorso. «Le sue opinioni sono sempre molto influenti, a prescindere dal fatto che egli sia al governo».

Terzo Jeffrey Sachs, direttore dell'Istituto della Terra presso l' Università della Columbia. Famoso studioso di macroeconomia e uno dei maggiori esperti di povertà e sviluppo sostenibile. Grande influenza politica nell' ONU.

Di seguito Paul Krugman, premio Nobel per l' Economia nel 2008, penna di punta del New York Times. Proprio per la sua rubrica sul quotidiano finanziario americano, nella quale non manca mai di sostenere tesi di indirizzo keynesiano, è tra gli economy makers più potenti in questo periodo.

Quinto Raghuram Rajan, economista e docente all' Università di Chicago. È stato uno dei primi ad accendere i riflettori sulle distorisioni di Wall Street e dell' avidità di alcuni banchieri che hanno poi portato al collasso finanziario mondiale. Il suo ultimo libro, Fault Lines, è «assolutamente da leggere».

Al sesto posto Kenneth Rogoff, economista, docente all' Università di Harward. Esperto di crisi finanziarie. Nel suo ultimo libro, scritto con Carmen Reinhart, professore di Economia all'Università del Maryland, racconta 800 anni di crisi finanziarie. Per Roubini è un classico perché spiega scientificamente come la ripresa, dopo qualunque crisi, sia anemica.

L' ultima delle sette opinioni che contano è quella di Martin Wolf, editorialista del Financial Times. « Il giornalista economico più influente al mondo».

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Trucchi di bilancio

C'è chi usa complesse operazioni di pronti-contro-termine per dimezzare i debiti a breve scadenza prima di chiudere i conti trimestrali. Chi invece, pur aumentando i crediti in sofferenza, tampona le ferite riducendo gli accantonamenti. Per non parlare di chi i crediti dubbi li mette letteralmente sotto il tappeto. Benvenuti nel mondo dove la realtà supera la fantasia: quello dei bilanci delle banche. Negli anni in cui l'economia rallenta verso il fantasma di una seconda recessione, e in cui Basilea 3 chiede maggior rigore, i trucchetti per mantenere a galla stato patrimoniale e conto economico si moltiplicano.

Dove si può – dove cioè la legge lo consente – una stiracchiatina al bilancio la danno in fondo un po' tutte le banche del mondo. Il problema è che sono tanti i punti dove, grazie alla normativa attuale, il bilancio si può stiracchiare. «Il Sole 24 Ore» ha fatto un viaggio nel mondo del credito, aiutato da otto diversi esperti: tre analisti, tre banchieri e due operatori di mercato.

Effetto autovelox
Iniziamo il viaggio dalla ben nota Lehman Brothers, dove prima del crack andavano di moda i «Repo 105». «One-O-five», con accento rigorosamente americano. Non si tratta di una stazione radiofonica, ma di un trucco – scoperto dalle autorità dopo il crack – che permetteva alla banca d'affari di nascondere dal bilancio alcuni attivi ogni tre mesi. Il gioco era semplice: pochi giorni prima della chiusura di ogni trimestre, Lehman stipulava alcuni contratti di pronti contro termine (repo in inglese) con alcuni fondi o vari investitori. In sostanza cedeva loro dei titoli in grandi quantità e riceveva in cambio contanti, con l'impegno già scritto di fare lo scambio opposto dopo pochi giorni. Poi, scavallata la chiusura del trimestre, l'operazione si chiudeva. In questo modo Lehman, quando scattava la "fotografia" del bilancio trimestrale, appariva con meno attivi in portafoglio e con più liquidità: cioè si mostrava ben più "snella" di come in realtà fosse.

Ma pochi mesi fa il «Wall Street Journal» ha scoperto che giochini simili li fanno tutte le banche: prendendo i dati dei 18 maggiori istituti mondiali (da Bank of America a Citigroup, fino alla tedesca Deutsche Bank) il quotidiano Usa ha calcolato che sul mercato dei pronti contro termine ogni trimestre queste banche riducono i debiti a breve mediamente del 42% rispetto ai picchi massimi del mese. Insomma: tanti istituti si presentano all'appuntamento della chiusura del trimestre con un aspetto più snello. Qualche analista lo chiama «effetto autovelox»: si frena prima della fotografia e si riparte subito dopo.
In realtà, però, l'inchiesta delle Autorità Usa non ha rivelato particolari scorrettezze nelle 18 banche, diversamente da quella sul caso Lehman. Alla fine hanno semplicemente chiesto maggiore trasparenza, ma hanno ritenuto la loro attività lecita e regolare. «Noi operiamo sul mercato dei repo con alti volumi – spiega il portavoce di Bank of America –, per cui è normale che gli attivi sul nostro bilancio cambino continuamente. Noi diamo con trasparenza al mercato il dato di fine trimestre, ma anche la media dell'intero trimestre». E lo stesso concetto è ribadito da altre banche. Sta di fatto, però, che ogni chiusura di trimestre le 18 banche scattano la "fotografia" con un calo dei debiti a breve del 42% rispetto ai massimi dello stesso trimestre.

«Regalo» da 2,5 miliardi €
Il capitolo più dolente per le banche – anche italiane – è però quello dei crediti deteriorati: quelli catalogati a incaglio o sofferenza. Quelli, cioè, che difficilmente saranno rimborsati. Calcola PriceWaterhouseCoopers, che in Germania i crediti in sofferenza lordi siano cresciuti del 50% tra il 2008 e il 2009, in Gran Bretagna del 44,8% e in Italia del 40,1%. In Europa le sofferenze sono passate dai 419 miliardi di euro del 2008 ai 619 del 2009: la crescita media è del 47,7%. Un problema per le banche, che devono coprire quei crediti con specifici accantonamenti e che quindi registrano perdite secche in conto economico. Che fare dunque? Ovvio: un po' di sano (e lecito) lifting.

Prendiamo l'Italia ad esempio, guardando i dati calcolati da Analisi Mercati Finanziari. Nel 2007 le prime cinque banche (UniCredit, Intesa, Montepaschi, Ubi, Banco Popolare) mettevano da parte a copertura delle perdite mediamente il 66% del valore dei crediti in sofferenza. Nel primo semestre 2009, per contro, questa cifra era scesa leggermente sotto il 60%. In tre anni, insomma, in proporzione hanno accantonato il 6% in meno. Proviamo a fare un calcolo spannometrico: se le cinque banche quest'anno avessero mantenuto lo stesso tasso di copertura per i crediti in sofferenza del 2007, avrebbero dovuto accantonare qualcosa come un miliardo di euro in più. Dunque avrebbero avuto un miliardo di utili in meno. Per non parlare degli incagli.

È vero che questo calcolo ha tanti margini d'errore. Innanzitutto perché è normale che in momenti in cui si ipotizza una ripresa dell'economia, si riducano gli accantonamenti. Inoltre perché nessuno può sapere quali garanzie abbiano i crediti. Ma questo non cancella i dubbi: come mai il calo degli accantonamenti è così netto? E come mai ci sono così ampie differenze tra una banca e l'altra?

La polvere sotto il tappeto
Il nostro viaggio entra invece ora in un terreno più oscuro. Sul mercato si dice che qualche banca cerchi di ripulire letteralmente il bilancio dai crediti in sofferenza, rispolverando la vecchia tecnica della cartolarizzazione. La legge prevede che una banca possa deconsolidare (cioè eliminare dal bilancio) questi crediti deteriorati solo se riesce a cedere la cosiddetta «tranche equity»: la fetta di obbligazioni che assorbe il primo 10% di perdite dei crediti stessi. Insomma: se riesce a passare il "cerino" a qualcun altro. Prima della crisi era facile trovare qualcuno disposto a comprarlo, ma ora non è più così semplice. Eppure in Europa qualche operazione viene realizzata.

Il sospetto di molti esperti è che alcuni istituti finanzino più o meno occultamente gli investitori che comprano il loro "cerino": in questo modo le banche ripulirebbero il bilancio dai crediti dubbi, incasserebbero comunque la perdita, ma non la farebbero vedere a nessuno. E se l'occhio degli investitori non vede, il mercato non duole. Alcuni addetti ai lavori assicurano che questa tecnica poco ortodossa sia utilizzata da alcune banche – soprattutto piccole – in Europa. Ma è impossibile averne l'evidenza. Nè la certezza.

Ti bastonano e guadagni
Ma torniamo nel terreno della piena legalità, che di possibilità di "lifting" ne offre comunque in gran quantità. Esiste per esempio un codicillo, chiamato «fair value option», chea un istituto di credito di valutare al prezzo di mercato i propri debiti. Così se gli investitori vendono le obbligazioni di questa banca, e il valore dei debiti sce a volte raggiunge il paradosso: una banca bastonata sul mercato obbligazionario dagli investitori può realizzare abbondanti ricavi grazie proprio alle "bastonate". La «fair value option» permette infatti nde, la banca registra ricavi. E di conseguenza utili.

È noto il caso, in Italia, del Banco Popolare: solo grazie a questa opzione nel primo semestre 2009 ha guadagnato 258 milioni di euro. Insomma: i suoi bond sono stati venduti, e il suo bilancio si è rimpolpato. E se in Italia questa «fair value option» è poco usata, all'estero consente grandi guadagni. Per esempio Ubs ha registrato ricavi per 595 milioni di franchi, grazie alla svalutazione dei suoi debiti. Per assurdo, una banca sull'orlo del crack, grazie a questa «fair value option» farebbe utili a palate. tutto ciò nel rispetto della legge.

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Prezzo del petrolio tra barili reali e di carta

Torniamo a parlare delle quotazioni del petrolio, un argomento che avevo già trattato diversi mesi fà con l' articolo petrolio e speculazione. Come ricorderete nel luglio 2008 il prezzo del petrolio aveva superato i 147 dollari al barile e nel dicembre dello stesso anno era sceso fino a 30 dollari.Una bella corsa che ha convinto molti degli effetti della speculazione sull' oro nero. E che ha visto, proprio due anni fa, il ministro dell' economia Giulio Tremonti avanzare una proposta per combattere in Europa il rincaro dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime: Applicare agli speculatori che si arricchiscono nel terreno Ue con il caro-prezzi delle commodities il trattamento riservato dagli anni 70 ai soggetti che operano sul mercato Ue senza rispettare le norme della concorrenza stabilite dal Trattato di Roma.

Un' impostazione a cui se ne sono aggiunte altre nel mondo delle commodity. Tra tutte quella di aumentare i margini dei depositi sui contratti future, per scoraggiare così l' attività di chi punta a comprare solo barili di carta.

I barili di carta che giocano un ruolo fondamentale nel definire il prezzo del petrolio, come dimostra uno studio realizzato da Kennet Medlock e Amy Myers. Il report sottolinea come alla borsa del petrolio abbiano sempre preso parte, seoondo una distinzione della Commodity Futures Trading Commission, due tipi di trader: i commercial e i non commercial. I primi sono i produttori e i consumatori di oil. Coloro che, se produttori-venditori, si coprono dalla volatilità dei prezzi vendendo allo scoperto i future sull'oro nero: quando il prezzo scende, controbilanciano la perdita sulle vendite fisiche con i guadagni sul derivato; quando il prezzo sale, perdono con il future e guadagnano con le vendite. Gli altri, i non commercial, scommettono solo sul barile di carta: prendono profitto sulle variazioni dei prezzi.

Questi ultimi nel 2002 rappresentavano circa il 20% del mercato dei future mentre adesso valgono il 50 per cento. I contratti aperti dai non commercial sono diventati un fattore rilevante nel determinare i prezzi. In generale dalla metà del 2003, cioè da quando le quotazioni hanno iniziato a salire, la media netta tra le posizioni degli speculatori è sempre stata in acquisto. E quando la loro quota sul mercato ha raggiunto il massimo il petrolio ha toccato il picco a 147 dollari. Domanda e offerta reale contano ancora, e molto. Tuttavia, è indubbio che la strategia di fondi, hedge fund e investitori finanziari si è ritagliata un ruolo di primo piano: nel caso del 2008 ha contribuito a portare i prezzi sempre più su, creando una bolla. Che, poi, è puntualmente scoppiata.

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La BcE conferma i tassi di interesse all' 1%

Continua l' orientamento della Banca centrale a non effettuare modifiche nel breve periodo, dopo la conferma dei tassi di interesse al 1 per cento. Il presidente della Bce, Jean Claude Trichet considera «cruciale» il «pieno rispetto del Patto di stabilità». In «molti paesi» dell' aera euro si stanno registrando rapidi e elevati peggioramenti dei deficit di bilancio e degli indebitamenti, ed è «della massima importanza che ogni paese definisca chiaramente le strategie di uscita e risanamento per il periodo prossimo», ha affermato Trichet, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo durante il quale sono stati confermati i tassi di interesse BCE all' 1 %.

In ogni caso nella riunione di inizio marzo il Consiglio direttivo prenderà nuove decisioni sulla graduale rimozione delle liquidità supplementari erogate nei mesi scorsi al sistema creditizio. «Continueremo con il nostro intenso sostegno al credito del sistema bancario, ma vogliamo evitare possibili distorsioni legate» a queste misure, ha spiegato Trichet.

Trichet non ha voluto commentare l'andamento dei mercati obbligazionari europei, con gli spread dei titoli di Stato dei Paesi considerati più deboli, come Grecia, Portogallo e Spagna in continuo peggioramento rispetto ai Bund: «Non commento mai l'andamento dei mercati ma penso che si debba continuare a ricordare il tipo di solidità sulla quale si basa l' Eurozona» e che la «mette in posizione di vantaggio rispetto a tante altre aree economiche avanzate del mondo», prime fra tutte gli Stati Uniti e il Giappone che hanno parametri dei conti pubblici molto peggiori «del deficit aggregato dell 'Eurozona che è solo del 6% del Pil, secondo le stime dell' Fmi».

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Hedge Fund: conti 2009 e previsioni 2010

Vediamo di tirare le somme di questo 2009 per l' industria degli Hedge Fund. Diamo uno sguardo ai numeri dei fondi di investimento italiani che, nonostante la salita dei listini borsistici, hanno chiuso la raccolta 2009 in rosso, dovuta ai riscatti dopo il fallimento di Lehman Brothers e alla truffa Madoff.

Se la raccolta di capitali è andata male, a pareggiare le cose ci hanno pensato le performance di fondi d' investimento che, grazie alla vigorosa salita dei mercati, sono state sicuramente ottime. In Italia addirittura il settore ha messo a segno i rendimenti migliori di sempre. L'Hfr FoF Index, indice rappresentativo dei fondi di fondi hedge mondiali, ha avuto un rendimento del 11,6 %. Performance più contenuta rispetto al mercato azionario mondiale che però, malgrado il +22,8% conseguito nel 2009, deve ancora ottenere un rendimento del 35,9% per pareggiare la perdita del 2008. Ai fondi hedge invece manca solo un 14% per azzerare completamente la perdita del 2008.

Un anno in chiaroscuro quindi. Male sul fronte della raccolta, molto bene su quello della performance. Come spiega l' amministratore delegato di Hedge Invest «la crisi ha messo molti operatori fuori gioco riducendo molto la competizione e lasciando sul campo solo i migliori, che hanno potuto sfruttare tutte le opportunità create dalle enormi dislocazioni di valore presenti in tutte le asset class dopo la crisi. E anche la riduzione delle masse in gestione, conseguenza di riscatti che si sono concentrati negli ultimi mesi del 2008, ci ha paradossalmente avvantaggiato. Oggi siamo ancora più flessibili e possiamo ottenere ottimi risultati, con una volatilità molto contenuta e soprattutto minimizzando i rischi grazie alla quasi totale assenza di leva finanziaria».

Ma come sarà il 2010 dei fondi hedge? Sul fronte della raccolta c'è stata una netta inversione di tendenza negli ultimi mesi e dalle prime settimane del nuovo anno arrivano indicazioni positive. Effetto forse dello scudo fiscale, che ha fatto rientrare in Italia 95 miliardi di euro negli ultimi mesi del 2009. Ma soprattutto della politica di bassi tassi di interesse adottata dalle banche centrali per far fronte al credit crunch, grazie alla quale un' enorme massa di liquidità è entrata nel mercato. Una situazione atipica che molti vedono come foriera di una nuova bolla speculativa. Per quanto anche gli stessi banchieri centrali abbiano ammesso il rischio però, non ci sono indicazioni che, almeno in Europa e Stati Uniti, si intenda rialzare il costo del denaro.

Segnali positivi quindi si annunciano per il 2010 anche dopo l' inaspettato assist ricevuto da Barack Obama. Il presidente americano ha recentemente annunciato l'intenzione di costringere le banche a ridurre l' attività di trading e imporre il divieto di investire in fondi speculativi. «Per il momento aspettiamo di capire in che cosa effettivamente si tradurranno queste misure ma non è escluso che queste possano avere un impatto positivo per l' industria degli hedge fund. Le banche sono i principali competitor nel trading. Un eventuale stop ridurrebbe inevitabilmente la concorrenza».

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Aumento Capitale Unicredit 2010

L' aumento di capitale unicredit partirà lunedì 11 gennaio 2010, con l' emissione di azioni ordinarie del valore nominale di 0,50 euro cadauna e godimento regolare, da offrirsi in opzione agli azionisti titolari di azioni ordinarie ed ai portatori di azioni di risparmio della società, al prezzo di 1,589 euro per azione, di cui 1,089 euro a titolo di sovrapprezzo, nel rapporto di 3 azioni ordinarie di nuova emissione ogni 20 azioni ordinarie e/o di risparmio possedute.

Acquista la mia consueta relazione sull' Aumento di Capitale Unicredit, 10 pagine per capire a fondo in cosa consiste l' aumento di capitale di unicredit, come si svolge, cosa sono e come funzionano i diritti di opzione UCGAZA, e molto altro. Il prezzo della relazione è di 15 euro: la relazione vi sarà spedita al vostro indirizzo email dopo aver effettuato il pagamento tramite paypal o bonifico bancario. Inoltre sono disponibile a rispondere a tutte le vostre domande dopo che avrete acquistato e letto la relazione. Buona lettura 






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Aumento di Capitale Unicredit

L' aumento di capitale unicredit nel 2010, già autorizzato dalla Consob, è iniziato lunedì 11 gennaio 2010. L' aumento di capitale unicredit prevede l' emissione di azioni ordinarie del valore nominale di 0,50 euro ciascuna e godimento regolare, da offrirsi in opzione agli azionisti titolari di azioni ordinarie ed ai portatori di azioni di risparmio della società, al prezzo di 1,589 euro per azione, di cui 1,089 euro a titolo di sovrapprezzo, nel rapporto di 3 azioni ordinarie di nuova emissione ogni 20 azioni ordinarie e/o di risparmio possedute. Per ottenere le nuove azioni dovrete esercitare i diritti d' opzione UCGAZA.

I diritti di opzione devono essere esercitati dall’ 11 gennaio 2010 al 29 gennaio 2010 in Italia e saranno negoziabili sull’ MTA dall’11 gennaio 2010 al 22 gennaio 2010. L' aumento di capitale unicredit riguarderà la borsa di Francoforte e quella di Varsavia, oltre a quella italiana.

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L’ operazione comporterà l’ emissione di 2.516.889.453 nuove azioni ordinarie, al valore nominale di 0,50 euro ciascuna. Ciò comporterà un aumento del capitale sociale di ammontare pari a 1.258.44726,50, mentre il controvalore complessivo dell’ operazione stessa, risulterà pari a 3.999.337.340,82 euro, circa 4 miliardi di euro.

Il prezzo per ogni nuova azione indicato da unicredit incorpora uno sconto di circa il 29% con riferimento al prezzo teorico ex diritto, calcolato sulla base del prezzo ufficiale del 6 gennaio 2010. I diritti di opzione potranno essere esercitati, dall’ 11 gennaio 2010 al 29 gennaio 2010.

Come si comporteranno i grandi soci dell’ istituto durante l' aumento di capitale di unicredit? La Banca Centrale della Libia che controlla il 4,34% aderirà sicuramente, il consueto silenzio contraddistingue invece Cariverona, maggior azionista con 5,72 per cento, che ha in programma un cda per una decisione formale a metà della prossima settimana. E lunedì riunirà il board anche Crt Torino (3,15% del capitale della banca) per prendere atto delle modalità dell’adesione all’aumento. Intanto CrTrieste (azionista con una quota dello 0,4%) conferma il proprio impegno e punta una fiche anche sull’adesione delle altre fondazioni.

Alessandro Profumo ha comunicato di aver partecipato all’aumento di capitale. Il manager ha così dato il suo segnale di fiducia ai mercati. Come detto sopra anche alcuni tra i maggiori azionisti della banca, come le Fondazioni, hanno annunciato ufficialmente che sottoscriveranno le azioni di loro competenza.

L’offerta è assistita dalla garanzia di un consorzio coordinato e diretto da Bofa Merrill Lynch, Credit Suisse, Goldman Sachs, Mediobanca e Ubs, che si sono impegnati a sottoscrivere le azioni che rimarranno eventualmente non sottoscritte.


Di seguito trovate qualche informazione sull' aumento di capitale che unicredit lanciò nel 2009:
Aumento di Capitale Unicredit 2009
L' operazione di aumento di capitale da 3 miliardi proposta dal Cda di Unicredit è iniziato oggi 5 gennaio 2009. Il capitale di UniCredit sarà aumento di 973 milioni azioni ordinarie, ciascuna delle quali sarà collocata ad un prezzo di 3,083 euro. L' aumento di capitale unicredit interesserà tre piazze azionarie: quella italiana, quella tedesca, e quella della Polonia. Verranno offerte azioni con un rapporto di 4 nuove azioni per ogni 55 azioni ordinarie e/o risparmio possedute.

I diritti Unicredit AXA verranno consegnati ai possessori di azioni del gruppo. Questi diritti di opzione potranno essere negoziati a Piazza Affari dal 5 al 16 gennaio 2009, mentre l’esercizio dei diritti potrà avvenire dal 5 al 23 gennaio. Questi si troveranno in portafoglio dal giorno di inizio dell' Adc, cioè dal 5 gennaio. Per averli dovrete detenere l' azione in portafoglio il giorno prima dell' inizio dell' aumento di capitale, cioè il 2 gennaio. Per saperne di più leggete Aumento di Capitale e diritti AXA.

La quota eventualmente non sottoscritta dell' aumento di capitale sarà recuperata con l' emissione di un prestito obbligazionario caches, convertibile in azioni UniCredit, per un massimo di 3 miliardi di euro che potrà arrivare a coprire per intero l'ammontare della ricapitalizzazione.
Si tratta in altre parole di un' operazione variabile che si configura per una parte - al momento non definibile - in un'operazione di aumento di capitale e per il resto in un'operazione di debito, con l' emissione di un bond convertibile cashes, a seconda di quelle che saranno le condizioni del mercato. Il collocamento dei Cashes a copertura della quota non sottoscritta dall'Adc è affidato a Mediobanca, sulla base di un apposito mandato che prevede che questi bond convertibili saranno venduti mediante un collocamento privato e non con un' offerta pubblica. Le nuove azioni oggetto del prestito obbligazionario non avranno nessun diritto di voto e non beneficeranno di alcun dividendo fino alla conversione.

Ultimo giorno domani 23 gennaio per aderire all' aumento di capitale. Come da aspettative nessuno ha aderito, chi infatti avrebbe comprato a 3 euro azioni che oggi valgono 1,30? Resta solo il rammarico per chi, avendo acquistato i diritti unicredit Axa, ha perso tutto il capitale investito.

Terminato l' aumento di capitale senza adesioni, il rafforzamento patrimoniale avverrà ora con l' emissione delle obbligazioni cashes. Slitta dal 9 al 16 febbraio la ricapitalizzazione di Unicredit. L' operazione, che prevede l' emissione delle obbligazioni Cashes per un ammontare di 3 miliardi euro, si è arenata per volontà del principale azionista, la Fondazione Cariverona. Infatti, dopo che è andato deserto l' aumento di capitale rivolto al pubblico, il programma di Unicredit era quello di raccogliere soldi da un gruppo di investitori istituzionali che si sono impegnati a sottoscrivere i Cashes. Fra questi, la fondazione Cariverona, primo azionista con il 5% della banca, si era impegnata a sottoscrivere 500 milioni di euro, ma al momento il suo cda non ha ancora deliberato l'investimento. Il ritardo da parte della Fondazione Cariverona sarebbe motivato da contrasti fra gli azionisti sul prossimo rinnovo dei vertici della banca. Secondo indiscrezioni, i veronesi non vorrebbero la riconferma dell'attuale presidente, Dieter Rampl, appoggiato invece dalle altre fondazioni azioniste.

Cosa sono le obbligazioni cashes?
Le obbligazioni cashes sono strumenti finanziari che danno la facoltà a chi li sottoscrive della conversione in azioni ordinarie UniCredit. Tali strumenti sono remunerati con una cedola pari all' Euribor a tre mesi maggiorato di una quota fissa pari a 450 basis point (rendimento totale lordo: 4,5% + euribor) e il loro prezzo di conversione è fissato a 3,083 euro. Potranno essere convertiti dopo 40 giorni dall' emissione e saranno convertiti automaticamente in azioni qualora la quotazione del titolo ordinario UniCredit ecceda del 150% il valore di conversione a partire dal settimo anno.

All' aumento di capitale si affianca la destinazione a capitale di 3,6 miliardi di dividendi 2009, il pagamento del dividendo avverrà infatti in azioni anziché in denaro contante. In totale quindi le misure di rafforzamento patrimoniale approvate dal consiglio d'amministrazione di UniCredit ammontano a 6,6 miliardi di euro.

Con l'attuazione di queste misure - tra cui anche un piano di riduzione di costi e la valorizzazione del patrimonio immobiliare per oltre 1,5 miliardi - la banca vuole aumentare il Core Tier 1, portandolo al 6,7%, per rafforzare la base patrimoniale della società in un contesto di mercato caratterizzato da incertezza e alta volatilità. Per chi non lo sapesse il Core Tier 1 è un indice di patrimonializzazione delle banche, costituito da patrimonio e riserve depurati di azioni proprie e attivi immateriali con l' esclusione degli strumenti innovativi di capitale.

Sempre per rafforzare il Core Tier 1 UniCredit ha deciso di cedere, senza limiti temporali, le proprie azioni detenute in portafoglio, pari a n. 170.833.899 azioni ordinarie, ed ha fissato un corrispettivo minimo non inferiore alla quotazione di mercato del 14 novembre diminuita del 5%; la cessione potrà essere effettuata in borsa o fuori borsa, a pronti e/o a termine, anche tramite strumenti convertibili o con l'utilizzo di contratti derivati, con l'obiettivo di massimizzare gli effetti economici e patrimoniali.

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Isc e Taeg: cosa sono?

L' Isc è l' Indicatore Sintetico di Costo dei mutui e dei prestiti, esprime cioè quanto ci costa realmente il denaro preso in prestito dalle banche. L' ISC è calcolato nello stesso modo del Taeg, ossia il tasso annuo effettivo globale. In altre parole dire ISC è come dire TAEG.
Nell' ISC e nel TAEG vengono ricomprese tutte le spese specificate dalla normativa del 1992 del prestito, ovvero:

- gli interessi;
- le spese di apertura della pratica di credito;
- le spese di incasso delle rate;
- le spese per le assicurazioni imposte dal creditore, intese ad assicurargli il rimborso del credito in caso di morte, invalidità, infermità o disoccupazione del debitore;
- il costo dell' attività di mediazione svolta da un terzo, se necessaria per l'ottenimento del credito;
- le altre spese contemplate dal contratto.

Vi ricordo come sempre l' importanza di questo indicatore ISC o TAEG che sia, è questo che esprime il vero tasso di interessa che paghiamo sul mutuo, sul prestito, sulla cessione del quinto, non il TAN.

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Tasso d' usura sui mutui

La Banca d' Italia ha fissato il nuovo tassi d' usura sui i mutui a tasso fisso, che sale dal 6,69 all' 8,04%. Il tasso massimo legale viene fissato dalla Banca d' Italia ogni tre mesi: è considerato usuraio un tasso che supera del 50% il valore del tasso medio, che nel caso dei mutui a tasso fisso è del 5,36 %. Per i tassi variabili la soglia scende invece dal 5,08 al 4,38 per cento. Il periodo di applicazione di questi tassi va dal primo gennaio al 31 marzo 2010.

La rilevazione prende in esame nuovi criteri che, oltre al tasso di interesse, prendono in considerazione anche le spese di finanziamento, le polizze assicurative, i compensi di mediazione, tutte le forme di remunerazione diverse dal tasso di interesse, come le commissioni di massimo scoperto.

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