C'è chi usa complesse operazioni di pronti-contro-termine per dimezzare i debiti a breve scadenza prima di chiudere i conti trimestrali. Chi invece, pur aumentando i crediti in sofferenza, tampona le ferite riducendo gli accantonamenti. Per non parlare di chi i crediti dubbi li mette letteralmente sotto il tappeto. Benvenuti nel mondo dove la realtà supera la fantasia: quello dei bilanci delle banche. Negli anni in cui l'economia rallenta verso il fantasma di una seconda recessione, e in cui Basilea 3 chiede maggior rigore, i trucchetti per mantenere a galla stato patrimoniale e conto economico si moltiplicano.
Dove si può – dove cioè la legge lo consente – una stiracchiatina al bilancio la danno in fondo un po' tutte le banche del mondo. Il problema è che sono tanti i punti dove, grazie alla normativa attuale, il bilancio si può stiracchiare. «Il Sole 24 Ore» ha fatto un viaggio nel mondo del credito, aiutato da otto diversi esperti: tre analisti, tre banchieri e due operatori di mercato.
Effetto autovelox
Iniziamo il viaggio dalla ben nota Lehman Brothers, dove prima del crack andavano di moda i «Repo 105». «One-O-five», con accento rigorosamente americano. Non si tratta di una stazione radiofonica, ma di un trucco – scoperto dalle autorità dopo il crack – che permetteva alla banca d'affari di nascondere dal bilancio alcuni attivi ogni tre mesi. Il gioco era semplice: pochi giorni prima della chiusura di ogni trimestre, Lehman stipulava alcuni contratti di pronti contro termine (repo in inglese) con alcuni fondi o vari investitori. In sostanza cedeva loro dei titoli in grandi quantità e riceveva in cambio contanti, con l'impegno già scritto di fare lo scambio opposto dopo pochi giorni. Poi, scavallata la chiusura del trimestre, l'operazione si chiudeva. In questo modo Lehman, quando scattava la "fotografia" del bilancio trimestrale, appariva con meno attivi in portafoglio e con più liquidità: cioè si mostrava ben più "snella" di come in realtà fosse.
Ma pochi mesi fa il «Wall Street Journal» ha scoperto che giochini simili li fanno tutte le banche: prendendo i dati dei 18 maggiori istituti mondiali (da Bank of America a Citigroup, fino alla tedesca Deutsche Bank) il quotidiano Usa ha calcolato che sul mercato dei pronti contro termine ogni trimestre queste banche riducono i debiti a breve mediamente del 42% rispetto ai picchi massimi del mese. Insomma: tanti istituti si presentano all'appuntamento della chiusura del trimestre con un aspetto più snello. Qualche analista lo chiama «effetto autovelox»: si frena prima della fotografia e si riparte subito dopo.
In realtà, però, l'inchiesta delle Autorità Usa non ha rivelato particolari scorrettezze nelle 18 banche, diversamente da quella sul caso Lehman. Alla fine hanno semplicemente chiesto maggiore trasparenza, ma hanno ritenuto la loro attività lecita e regolare. «Noi operiamo sul mercato dei repo con alti volumi – spiega il portavoce di Bank of America –, per cui è normale che gli attivi sul nostro bilancio cambino continuamente. Noi diamo con trasparenza al mercato il dato di fine trimestre, ma anche la media dell'intero trimestre». E lo stesso concetto è ribadito da altre banche. Sta di fatto, però, che ogni chiusura di trimestre le 18 banche scattano la "fotografia" con un calo dei debiti a breve del 42% rispetto ai massimi dello stesso trimestre.
«Regalo» da 2,5 miliardi €
Il capitolo più dolente per le banche – anche italiane – è però quello dei crediti deteriorati: quelli catalogati a incaglio o sofferenza. Quelli, cioè, che difficilmente saranno rimborsati. Calcola PriceWaterhouseCoopers, che in Germania i crediti in sofferenza lordi siano cresciuti del 50% tra il 2008 e il 2009, in Gran Bretagna del 44,8% e in Italia del 40,1%. In Europa le sofferenze sono passate dai 419 miliardi di euro del 2008 ai 619 del 2009: la crescita media è del 47,7%. Un problema per le banche, che devono coprire quei crediti con specifici accantonamenti e che quindi registrano perdite secche in conto economico. Che fare dunque? Ovvio: un po' di sano (e lecito) lifting.
Prendiamo l'Italia ad esempio, guardando i dati calcolati da Analisi Mercati Finanziari. Nel 2007 le prime cinque banche (UniCredit, Intesa, Montepaschi, Ubi, Banco Popolare) mettevano da parte a copertura delle perdite mediamente il 66% del valore dei crediti in sofferenza. Nel primo semestre 2009, per contro, questa cifra era scesa leggermente sotto il 60%. In tre anni, insomma, in proporzione hanno accantonato il 6% in meno. Proviamo a fare un calcolo spannometrico: se le cinque banche quest'anno avessero mantenuto lo stesso tasso di copertura per i crediti in sofferenza del 2007, avrebbero dovuto accantonare qualcosa come un miliardo di euro in più. Dunque avrebbero avuto un miliardo di utili in meno. Per non parlare degli incagli.
È vero che questo calcolo ha tanti margini d'errore. Innanzitutto perché è normale che in momenti in cui si ipotizza una ripresa dell'economia, si riducano gli accantonamenti. Inoltre perché nessuno può sapere quali garanzie abbiano i crediti. Ma questo non cancella i dubbi: come mai il calo degli accantonamenti è così netto? E come mai ci sono così ampie differenze tra una banca e l'altra?
La polvere sotto il tappeto
Il nostro viaggio entra invece ora in un terreno più oscuro. Sul mercato si dice che qualche banca cerchi di ripulire letteralmente il bilancio dai crediti in sofferenza, rispolverando la vecchia tecnica della cartolarizzazione. La legge prevede che una banca possa deconsolidare (cioè eliminare dal bilancio) questi crediti deteriorati solo se riesce a cedere la cosiddetta «tranche equity»: la fetta di obbligazioni che assorbe il primo 10% di perdite dei crediti stessi. Insomma: se riesce a passare il "cerino" a qualcun altro. Prima della crisi era facile trovare qualcuno disposto a comprarlo, ma ora non è più così semplice. Eppure in Europa qualche operazione viene realizzata.
Il sospetto di molti esperti è che alcuni istituti finanzino più o meno occultamente gli investitori che comprano il loro "cerino": in questo modo le banche ripulirebbero il bilancio dai crediti dubbi, incasserebbero comunque la perdita, ma non la farebbero vedere a nessuno. E se l'occhio degli investitori non vede, il mercato non duole. Alcuni addetti ai lavori assicurano che questa tecnica poco ortodossa sia utilizzata da alcune banche – soprattutto piccole – in Europa. Ma è impossibile averne l'evidenza. Nè la certezza.
Ti bastonano e guadagni
Ma torniamo nel terreno della piena legalità, che di possibilità di "lifting" ne offre comunque in gran quantità. Esiste per esempio un codicillo, chiamato «fair value option», chea un istituto di credito di valutare al prezzo di mercato i propri debiti. Così se gli investitori vendono le obbligazioni di questa banca, e il valore dei debiti sce a volte raggiunge il paradosso: una banca bastonata sul mercato obbligazionario dagli investitori può realizzare abbondanti ricavi grazie proprio alle "bastonate". La «fair value option» permette infatti nde, la banca registra ricavi. E di conseguenza utili.
È noto il caso, in Italia, del Banco Popolare: solo grazie a questa opzione nel primo semestre 2009 ha guadagnato 258 milioni di euro. Insomma: i suoi bond sono stati venduti, e il suo bilancio si è rimpolpato. E se in Italia questa «fair value option» è poco usata, all'estero consente grandi guadagni. Per esempio Ubs ha registrato ricavi per 595 milioni di franchi, grazie alla svalutazione dei suoi debiti. Per assurdo, una banca sull'orlo del crack, grazie a questa «fair value option» farebbe utili a palate. tutto ciò nel rispetto della legge.